fotonicamente

Mese: marzo, 2013

Laura Makabresku, foto-poetessa del dark

Fotografie che arrivano dalle foreste, tra solitudine e paure, animali imbalsamati come esseri magici che, come lei stessa dice, proteggevano la sua infanzia. Laura Makebresku è una foto-poetessa del dark, ho letto in un paio di interviste sul blog, che le sue fotografie rappresentano il suo mondo e la sua vita reale e che le frequenti apparizioni dei feticci animali, non sono altro che un’eredità del nonno cacciatore, il quale la coinvolgeva nell’uccisione permettendole poi di poterci giocare. Oggi, come fotografa, volge il suo sguardo al passato inscenando quegli stessi rituali e tornando di nuovo bambina.

fairy tale about a girl who found dead animal in the forest and shared it with her warmth.

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Nelle sue fotografie i corpi sono abbandonati, pallidi ed emaciati, imbalsamati anche loro, spesso rivolti in giù come a simulare la morte, concetto che ricorre, neanche troppo velatamente, in ogni suo scatto. L’atmosfera è satura di  inquietudini. Nonostante questo c’è qualcosa in queste immagini che allontana dall’aspetto macabro accompagnando verso l’idea del sogno, di quelli assurdi in cui solo quando ti svegli realizzi che non erano belle visioni, ma che in realtà non avevano neanche le sembianze di un incubo. Tutto è avvolto da una patina che sa di antico, i colori sono sbiaditi e le trame scelte con particolare cura, perlopiù pizzi e tulle.

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Martin Parr fotografa il kitsch

Le fotografie di Martin Parr sono l’altra faccia dello specchio per quanto riguarda il discorso sull’etica fatto nel post precedente. Se da una parte si getta lo sguardo su un disagio di persone che vivono ai margini, Martin Parr evidenzia con ironia le nevrosi della classe medio-alta di tutto il mondo occidentale. Famosissimo e riconosciuto fotografo inglese (membro tra l’altro dell’agenzia fotografica più famosa al mondo, la Magnum photos) si distingue per una visione del tutto unica nel suo genere. Esplora con occhio critico i luoghi comuni indagando a seconda della cultura o della nazionalità e ne mette in risalto il lato ridicolo.

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Fotografa il cattivo gusto,  il kitsch, il consumismo, l’ostentazione, con una finezza tale da far emergere sia il lato divertente che quello analitico, diventando a tutti gli effetti uno studio sociologico dagli anni ’90 ad oggi. Apparentemente sono immagini facili da capire, arrivano a tutti in modo diretto, ben più celata e profonda è la critica verso la società non consapevole dello spreco e dell’esagerazione.

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Jeff Bierk, fotografo degli invisibili

Ho sentito spesso disquisire sul tema dell’etica in fotografia, su cosa sia giusto o meno fotografare.  Ho sentito parlare di certe fotografie riservate ai professionisti e di altre su cui è attuabile una certa tolleranza qualora vi sia stato un approccio amicale con i soggetti ripresi. Il mio tono sembrerebbe un po’ polemico, in realtà, per quanto trovi controvertibile in diversi punti il ciclostilato al Sicof del gruppo Foto/gram risalente al 1979*, penso che non sia corretto fare Fotografia senza porsi alcune domande. Per mio modo di vedere sono strettamente legate alla coscienza di ognuno, senza andare a scomodare regole etiche o inutili moralismi. Il fotografo può restare umano e tante volte può farlo pur non seguendo delle imposizioni dettate dalla categoria. Penso che qualora non vi sia un’innata sensibilità alla relazione con l’altro che permette di entrare in contatto con le storie che si raccontano, sia necessario colmare il limite con un alto livello di maturità fotografica (dò per scontato che nel primo caso sia stato comunque appreso un linguaggio base, tale da riuscire a trasmettere fotograficamente quello intendiamo). Jeff Bierk, il fotografo che ha suscitato questa mia riflessione  ha una storia personale legata alla tossicodipendenza, tema che ha affrontato con l’empatia di uno che sa cosa significa, uno che racconta storie di tossici, emarginati, senzatetto…degli invisibili, rivivendo ogni volta la sua. L’immedesimazione, l’assenza di giudizio e la complicità con i soggetti, appaiono in tutte le sue fotografie. Ho deciso volutamente di non inserirle nel post, perché 5 o 6 estrapolate dal loro contesto perderebbero di significato e ad essere sincera mi sentirei come se strappassi qualche pagina di un libro. Certi argomenti sono scomodi, danno fastidio all’opinione comune e sono suscettibili al bigottismo, attivo su più fronti, ma sono anche quelli sui quali più facilmente si riversa il voyeurismo.

Jeff Bierk

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Shlomi Nissim

La prima volta che ho visto la foto della ragazza con il lupo cecoslovacco (Little red riding hood) ho pensato: “questa foto mi rappresenta”. Tolto il richiamo alla favola di Cappuccetto Rosso che le dà il titolo e nella quale non mi riconosco, lo fa per l’evocazione fortissima al legame ancestrale che ho sempre avuto con questo animale.

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Lasciando da parte la singola immagine e la mia personale visione, quello che mi rapisce di questo portfolio è il filo sottile sul quale dondola, al confine tra la natura più selvaggia e l’atmosfera incantata tipica delle fiabe. Ci ritroviamo chiare ispirazioni Disneyane, con personaggi come la già citata Cappuccetto Rosso, Tarzan e Jane, Pocahontas e Mowgli del libro della giungla.

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La bellezza che Nissim immortala e l’estetica che egli riconosce, si può definire stereotipata, intendo però nell’accezione positiva del termine. Tutto è perfettamente costruito affinché risulti oggettivamente bello; dal colore, alla composizione fino ai soggetti, come anche la scelta di scenari naturali idilliaci dove rivisitare le sue favole.  Leggi il seguito di questo post »

Kelli Connell’s duality

Double Life è il lungo percorso autobiografico dell’autrice americana  Kelli Connell. Guardandolo distaccatamente, come di solito si fa con la prima visualizzazione, non si ha una lucida percezione del messaggio o dove esso voglia veramente arrivare. L’ambiguità e le domande che subito induce a porsi, non sono legate all’identità sessuale, bensì al perché i due soggetti ritratti siano identici. Non si ha immediatamente una risposta a disposizione e spostandosi su delle ipotesi l’effetto è spiazzante.

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In realtà il lavoro della Connel non è uno sguardo sulla vita di due gemelle, come sarebbe stato probabile pensare, il soggetto è invece il suo stesso dualismo, messo al centro delle inquadrature e dei suoi interrogativi.

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Il fotografo e l’autoritratto hanno un rapporto di amore-odio, di solito non se ne può fare a meno pur non volendolo affrontare. E’ difficile essere dietro l’obiettivo e al di là, completamente a nudo con sé stessi. Già questo è di per sé uno sdoppiamento fra l’io-fotografo e l’io-soggetto. Kelli Connel fa di più, crea un ossimoro visivo, aggiungendo al dualismo degli artisti, il contrasto-armonico delle sue due donne interiori, interpretandolo, adattandolo e proiettandolo in svariati contesti.

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Va a fondo scavando e scoprendo i suoi possibili ruoli sociali, entra con naturalezza in scene di forte intimità cercando risposte sulla sua identità sessuale, o forse semplicemente delineandola con consapevolezza, ma è un dettaglio che non altera la lettura, perché quella della Cornell è una visione concettualmente universale . Il valore di quest’autobiografia sta nell’aver saputo ricostruire molti dei conflitti che ogni persona attraversa in varie fasi della vita, in modo alquanto realistico e con capacità di immedesimazione. Tutti conosciamo periodi di complicata convivenza con noi stessi, fatti di lotte ma anche di abbracci, di litigi e perdoni, per qualcuno lunghissimi, per altri meno ed è quello che accade in una qualsiasi storia d’amore. Leggi il seguito di questo post »

Yamamoto Masao e gli haiku fotografici

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Inauguro questo blog con un fotografo freelance giapponese di estrema raffinatezza, Yamamoto Masao. Tra le sue impronte autoriali, sono note le piccole dimensioni delle sue fotografie, come gli esperimenti creativi ai quali le sottopone per arrivare al risultato finale. Le dipinge, le sfoca ai bordi, ricerca viraggi tonali attraverso l’uso del tea e le inumidisce con le lacrime. Si, Masao piange sulle sue fotografie come per irrorarle d’anima e dargli vita.

Yamamoto Masao

Ognuna di esse è un piccolo gioiello di eleganza e poesia: sintetiche ed intense come un Haiku, risentono molto, infatti, delle sue origini e della sua cultura. Scoprire ed osservare le sue immagini è come fare un viaggio nella memoria del Giappone, tra l’arte dei bonsai e quella dell’Ikebana, tra un Haiku e l’Hanami, ossia l’usanza di assistere alla fioritura dei ciliegi.  E’ in apnea che ci immergiamo in un’atmosfera lontana e delicata attraverso i suoi paesaggi, gli still-life ed i suoi nudi, rapiti da quella sensazione d’inconsistenza materiale che rasserena. Leggi il seguito di questo post »