Jeff Bierk, fotografo degli invisibili

di fotonicamente

Ho sentito spesso disquisire sul tema dell’etica in fotografia, su cosa sia giusto o meno fotografare.  Ho sentito parlare di certe fotografie riservate ai professionisti e di altre su cui è attuabile una certa tolleranza qualora vi sia stato un approccio amicale con i soggetti ripresi. Il mio tono sembrerebbe un po’ polemico, in realtà, per quanto trovi controvertibile in diversi punti il ciclostilato al Sicof del gruppo Foto/gram risalente al 1979*, penso che non sia corretto fare Fotografia senza porsi alcune domande. Per mio modo di vedere sono strettamente legate alla coscienza di ognuno, senza andare a scomodare regole etiche o inutili moralismi. Il fotografo può restare umano e tante volte può farlo pur non seguendo delle imposizioni dettate dalla categoria. Penso che qualora non vi sia un’innata sensibilità alla relazione con l’altro che permette di entrare in contatto con le storie che si raccontano, sia necessario colmare il limite con un alto livello di maturità fotografica (dò per scontato che nel primo caso sia stato comunque appreso un linguaggio base, tale da riuscire a trasmettere fotograficamente quello intendiamo). Jeff Bierk, il fotografo che ha suscitato questa mia riflessione  ha una storia personale legata alla tossicodipendenza, tema che ha affrontato con l’empatia di uno che sa cosa significa, uno che racconta storie di tossici, emarginati, senzatetto…degli invisibili, rivivendo ogni volta la sua. L’immedesimazione, l’assenza di giudizio e la complicità con i soggetti, appaiono in tutte le sue fotografie. Ho deciso volutamente di non inserirle nel post, perché 5 o 6 estrapolate dal loro contesto perderebbero di significato e ad essere sincera mi sentirei come se strappassi qualche pagina di un libro. Certi argomenti sono scomodi, danno fastidio all’opinione comune e sono suscettibili al bigottismo, attivo su più fronti, ma sono anche quelli sui quali più facilmente si riversa il voyeurismo.

Jeff Bierk

*“Non fotografare gli straccioni, i senza lavoro, gli affamati. 

Non fotografare le prostitute, i mendicanti sui gradini delle chiese, i pensionati sulle panchine solitarie che aspettano la morte come un treno nella notte. 

Non fotografare i negri umiliati, i giovani vittime della droga, gli alcolizzati che dormono i loro orribili sogni. La società gli ha già preso tutto, non prendergli anche la fotografia.

Non fotografare chi ha le manette ai polsi, quelli con le spalle al muro, quelli con le braccia alzate perché non possono respingerti.
Non fotografare il suicida, l’omicida e la sua vittima.
Non fotografare l’imputato dietro le sbarre, chi entra o esce di prigione, il condannato che va verso il patibolo.
Hanno già sopportato la condanna, non aggiungere la tua.

Non fotografare il malato di mente, il paralitico, i gobbi e gli storpi.
Lascia in pace chi arranca con le stampelle e chi si ostina a salutare militarmente con l’eroico moncherino.
Non ritrarre un uomo solo perché la sua testa è troppo grossa, o troppo piccola, o in qualche modo deforme.
Non perseguitare con il flash la ragazza sfigurata dall’incidente, la vecchia mascherata dalle rughe, l’attrice imbruttita dal tempo.
Per loro gli specchi sono un incubo, non aggiungervi le tue fotografie.

Non fotografare gli annegati, i corpi carbonizzati, gli schiantati dai sismi, i dilaniati dalle esplosioni: non renderti responsabile della loro ultima immagine che li farebbe inorridire se potessero vederla.
Non fotografare la madre dell’assassino e nemmeno quella della vittima.
Non fotografare i figli di chi ha ucciso l’amante, e nemmeno gli orfani dell’amante.
Non fotografare chi subì ingiuria: la ragazza violentata, il bambino percosso.
Le peggiori infamie fotografiche si commettono in nome del “diritto all’informazione”.

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